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Terrorismo: l'attacco continua

June 25, 2017

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Terrorismo: l'attacco continua

June 25, 2017

I recenti attentati di Manchester, Londra e Bruxelles, oltre a porci di fronte a nuove, terribili stragi di innocenti ci consegnano, loro malgrado, alcuni elementi su cui riflettere:

È evidente che qualsiasi previsione sull’evoluzione del fenomeno terroristico sia costantemente ridimensionata dai fatti. Quando sembrava che il modus operandi si fosse attestato su una dimensione “low cost”, come a Londra appunto, in cui qualunque mezzo (automobili, camion, armi, coltelli) potesse essere considerato funzionale allo scopo, ecco, nel caso di Manchester, il riapparire prepotente della strategia kamikaze associata a un’attenta pianificazione dell’attentato, grazie a una rete compiacente di contatti e collaboratori, accantonando, almeno apparentemente, l’estemporaneità tremenda dei lupi solitari. Anche se la corsa alle rivendicazioni, in alcuni casi, può ammantare l’operato del singolo di intenti collettivi che in realtà sono solo funzionali alla visibilità di un determinato gruppo terroristico, in un’ottica quasi concorrenziale.

La questione dell’esclusione sociale e di un deficitario multiculturalismo appare plausibile: la condizione di ghettizzazione di alcune comunità islamiche conduce alla ricerca di un riscatto che si concretizza in una punizione da infliggere verso chi “esclude”. Siamo in presenza di musulmani di seconda generazione che decidono di abbracciare la causa jihadista. È quindi molto probabile che tali atti assumano i connotati della vendetta sociale con cui punire i presunti responsabili della loro emarginazione.

Altro aspetto da considerare è la grande visibilità mediatica data agli attentati di Manchester e Londra associata a una forte componente solidale da parte di tutta la comunità internazionale, testimoniata anche dai social, cartina tornasole del polso dell’opinione pubblica.  Elementi non rintracciabili ad esempio in altri attentati: quello avvenuto contro i cristiani copti in Egitto o quelli avvenuti a Kabul recentemente. Terribili stragi che, pur avendo causato decine di morti, non hanno attirato la medesima attenzione dei media e la partecipazione solidale che ne consegue. La vicinanza culturale e geografica di un evento ha, più o meno consapevolmente, il suo peso in questo processo ma sottolineare, anche mediaticamente, che i morti non hanno etnia o colore non è retorica ma semplice senso di responsabilità unito a una doverosa onestà intellettuale.

Non è possibile che, ancora una volta, gli attentatori fossero già noti alle autorità e che non siano state adottate idonee misure preventive. Non è concepibile, nel caso di Manchester ad esempio, che un uomo possa accedere con una “bomba sporca” in un luogo pubblico dove ci sono migliaia di persone senza aver subito il minimo controllo, soprattutto in un paese in stato di allerta, alla luce del clima geopolitico internazionale, come la Gran Bretagna, oltretutto in piena campagna elettorale. Tutto questo rende evidenti le lacune di un’intelligence sempre più inefficace.

 

Occorre porre un freno alla demagogia populista dei governi europei che, nascondendosi dietro il classico “non permetteremo al terrorismo di fermare le nostre vite”, perseverano nell’adottare politiche estere inefficaci e sottovalutano le criticità, evidenti e irrisolte, dei loro paesi. In questo senso una fattiva comunicazione tra i servizi d’intelligence di tutto il mondo diventa un punto sempre più importante nell’attività di prevenzione: non scambiarsi informazioni, o non farlo in modo adeguato, provoca, nei fatti, la perdita di vite umane come, purtroppo, è accaduto.

Inoltre è vergognoso, nonché completamente fuori luogo, che un certo tipo di giornalismo strumentalizzi l’attentato in sé per dare ancora più visibilità, ad esempio, alla cantante Ariana Grande. La pubblicazione di notizie inerenti la sua carriera, le fake news con foto relative a un suo ferimento nell’attentato, il suo tweet successivo all’esplosione, le altre immagini del suo ritorno in Florida e l’annuncio di un nuovo concerto all’Old Trafford di Manchester, amplificano la risonanza mediatica dell’evento a discapito di una vera informazione, connotandolo erroneamente sull’esperienza della cantante, ignorando il dolore delle famiglie che piangono i propri cari scomparsi e soprattutto conferendo ancora più visibilità e risonanza all’atto in sé.

Altro aspetto importante è quello legato alla percezione della sicurezza e al senso di profonda debolezza che pervade il vivere sociale di ogni comunità in occidente: ne sono prova gli eventi di Torino, durante la finale di champions, e quelli di Newcastle, l’auto che perde il controllo e si abbatte sulla folla davanti a una moschea. Avvenimenti non legati a nessuna dinamica di tipo terroristico che però causano vittime e alimentano la paura  contingente al fenomeno in sé, mostrandosi funzionali agli effetti classici di qualsiasi attentato.

L’atto terroristico avvenuto a Londra evidenzia ancora una volta, come dicevo, le varie declinazioni che può assumere il fenomeno: dopo l’esplosione di Manchester si è tornati di nuovo all’ azione “low cost” che ricorda molto nel modus operandi gli episodi di Nizza e Berlino, ma tuttavia si caratterizza per una maggiore pianificazione, vista la modalità di azione diversificata: furgone, accoltellamenti e cinture esplosive (poi rivelatesi finte, almeno secondo le forze di polizia britanniche), elementi che arricchiscono ulteriormente il repertorio terroristico messo in atto in occidente. Altro aspetto da considerare è l’uso massiccio dei social media come si evince dai testimoni, dall’invito delle forze dell’ordine a inviare filmati dell’atto terroristico e dal messaggio su twitter della polizia stessa che invitava tutti a “run, hide and tell” (correte, nascondetevi e raccontateci quello che avete visto), palesando apertamente una sostanziale impreparazione all’evento, dovuta a mio modesto avviso alla deficitaria azione preventiva dell’intelligence.

Occorre dare notizia anche di due attentati sventati recentemente come quello a Bruxelles, dove il terrorista, originario di Molenbeeck, il quartiere a forte presenza musulmana, vero serbatoio di segregazione e risentimento sociale, si voleva far esplodere nella stazione centrale; nonché quello a La Mecca dove un kamikaze è stato neutralizzato nella Grande Moschea la cui esplosione ha causato solo 11 feriti, evitando una strage di più ampie e drammatiche dimensioni. Eventi che fanno emergere nuovamente le diverse declinazioni del modus operandi radicalizzato, diviso tra la dinamica suicida e quella low cost spiegata prima

Questi sono i punti che, a mio avviso, emergono dall’attuale scenario terroristico e che impongono continue riflessioni a chi governa e gestisce la nostra sicurezza. Nessuno di noi ha la soluzione, ma è indispensabile adottare le strategie più adeguate ed efficaci, come una sinergia comunicativa e preventiva efficace tra le varie agenzie d’intelligence internazionali, per combattere un nemico che muta continuamente e nostro malgrado continua a influenzare, direttamente e indirettamente, la nostra quotidianità. 

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