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Lloret de Mar: la morte non può lasciare indifferenti

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Niccolò Ciatti è stato ucciso nella discoteca St.Trop’s a Lloret de Mar, in Costa Brava. Una spinta, uno scambio di occhiate e poi la rissa. Una violenta serie di pugni, senza dargli il tempo di difendersi, reagire, scappare e quando Niccolò è caduto, il branco ha infierito: un calcio sul volto e uno alla testa che gli è stato fatale. A prescindere dall’inutile, irrazionale barbarie umana che si è manifestata in tutta la sua drammaticità quella notte, e che deve essere punita senza alcuna esitazione, la vicenda pone due questioni, complementari e consequenziali, su cui riflettere. La prima strettamente sociale: il video dell’aggressione è diventato virale, amplificato mediaticamente sul web e in tv, catalizzando tutte quelle istanze di spettacolarizzazione del dolore, anaffettività e depauperazione solidaristica verso una famiglia che ha perso un figlio.  La seconda invece è meramente psicologica e si riferisce a tutti coloro che hanno assistito alla scena senza intervenire: infatti ci troviamo davanti al cosiddetto “effetto spettatore”, detto anche “apatia dello spettatore” o “effetto testimone”: un fenomeno, più diffuso di quanto si pensi, che si riferisce ai casi in cui gli individui non offrono nessun tipo di aiuto a una vittima potenziale quando sono presenti altre persone. Alcuni studi dimostrano che la probabilità dell'aiuto è inversamente proporzionale al numero degli spettatori. In altre parole, maggiore è il numero dei presenti all’evento, minore è la possibilità che qualcuno di loro offrirà il proprio aiuto. Tale possibilità dipende comunque da altre variabili come la coesione sociale di una comunità e la condivisione di responsabilità che conduce all’indifferenza. Lo studio dell’“effetto spettatore” nasce da due omicidi: quelli di Kitty Genovese e James Bulger.

 

Kitty Genovese, era una donna di New York che nel 1964 fu accoltellata a morte da Winston Moseley nei pressi della sua abitazione nel quartiere di Kew Gardens. La mancanza di reazione da parte dei suoi vicini fu descritta su un articolo del New York Times e avviò un filone di indagine sul fenomeno sopracitato. Una vicenda analoga è quella che riguarda James Bulger, un caso che nel 1993 sconvolse l'Inghilterra: il piccolo Bulger di appena due anni venne rapito in un centro commerciale, dove era con la madre Denise, trascinato per la città, malmenato e successivamente ucciso nei pressi di una stazione ferroviaria da due ragazzini di 10 anni, Jon Venables e Robert Thompson. Quando le indagini chiarirono le circostanze della morte, i tabloid inglesi denunciarono l’indifferenza delle persone che avevano incontrato Bulger durante quel drammatico tragitto senza intervenire, circa 38 persone che non aiutarono in nessun modo il piccolo James, i cosiddetti "38 di Liverpool".

Tre omicidi che dimostrano come essere indifferenti difronte alla violenza rende complici di quella stessa violenza, corresponsabili di quell’atto inumano e per questo condannabili, non legalmente, ma moralmente.

 

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