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La comunicazione caratterizza fortemente la nostra quotidianità, il ritmo delle nostre vite, la nostra conoscenza del mondo, azzerando tempi e distanze. Un processo continuo, progressivo che, soprattutto oggi, vede i destinatari del messaggio mediatico assurgere ad un nuovo ruolo più consapevole e attivo

Un tale scenario vede la leadership dei vecchi broadcaster generalisti minacciata dalla comparsa improvvisa e dalla proposta innovativa dei nuovi operatori, figlia di contingenze tecnologico-evolutive tanto imprevedibili quanto inarrestabili nel loro imporsi nel panorama mediatico. Tuttavia, almeno per il momento, i primi continuano ad esercitare un’egemonia mediatica, da un punto di vista giornalistico-informativo, soprattutto nei confronti di uno specifico target di pubblico, quello più anziano, numericamente cospicuo legato al mondo televisivo analogico e ancora poco alfabetizzato a quello digitale.

 

 

 

In una sorta di divisione socio-mediatica tra apocalittici e integrati, questa tipologia di audience si colloca tra i primi, tra coloro che, nonostante le innovazioni sopracitate continuano a intrattenere con la comunicazione e l’informazione, sia televisiva sia giornalistica, un rapporto passivo, meramente spettatoriale, connotato da istanze voyeuristiche che, con le dovute eccezioni, finalizzano il consumo al puro gossip, alla chiacchiera da bar, allo stereotipo sociale secondo dinamiche connotate da un provincialismo anacronisticamente obsoleto.

Il palesarsi di una tale tendenza ricettiva acritica e superficiale del messaggio mediatico invece di ricevere una censura da parte delle emittenti del medesimo, catalizza un cambiamento sostanziale in questo senso della loro agenda mediatica e dei criteri di notiziabilità con cui selezionare gli avvenimenti da sottoporre al pubblico. Secondo precise e opportune operazioni di marketing gli operatori generalisti tentano in questo modo di tamponare quell’emorragia di pubblico in atto da diverso tempo, migrante verso altri lidi mediatico-comunicativi personalizzati sia a livello contenustico sia a livello temporale, perché ognuno vede quello che vuole quando vuole. Gli ultimi baluardi di una vetero-comunicazione, soprattutto in ambito televisivo, tentano in questo modo di rinnovarsi, di ritagliarsi un’isola felice metabolizzando, almeno apparentemente, la perdita di un’egemonia fino a poco tempo fa incontrastata e lo fanno facendo appello però ad istanze spettatoriali interne legate ad un passato non troppo remoto, racchiuse in un convivio di comari di provincia fatto di giudizi stereotipati e discrezionali, proprio come avveniva e talvolta avviene ancora oggi in alcuni paesi della nostra penisola quando nel cortile di un’abitazione si parla di un tradimento tra coniugi, di un tracollo finanziario di qualche sfortunato o degli abiti succinti di qualche ragazza troppo allegra. Per quanto l’analisi possa apparire semplicistica, il meccanismo che si pone alla base di questo tipo di comunicazione è questo, segue le medesime dinamiche, gli stessi rivoli per sfociare nel flusso mediatico generalista che si pone quotidianamente davanti ai nostri occhi, un flusso come vedremo eticamente condannabile, ma redditizio, alla luce del nuovo panorama formatosi, sia da un punto di vista economico sia da quello, parlando di pubblico, numerico.

Tale tendenza si palesa attraverso varie evidenze che, a loro volta si sostanziano sul versante televisivo nei reality e su quello puramente giornalistico nella vendita sempre costante di giornali di gossip che passano con disinvoltura dal parlare del passato torbido e del nuovo amore di una velina all’intervista con il testimone o il parente dell’autore di un efferato delitto. In questo modo non solo si fa cattiva comunicazione, finalizzata non all’informazione ma al mero rendiconto personale, ma si volgarizza inevitabilmente la decodifica del pubblico, depauperandolo degli strumenti necessari ad una consapevole e critica comprensione del messaggio ricevuto. Ciò che appare palese anche agli osservatori privi di rudimenti cognitivi sociologici, dotati unicamente di buon senso, frutto di mere contingenze esperienziali, è il modo in cui quelle che dovrebbero essere inchieste di cronaca subiscono un tacito processo evolutivo che le modifica sia nella loro morfologia esteriore sia nella sua essenza, in puro e semplice intrattenimento contestualizzato in un semplicistico ambito semantico del gossip fine a sé stesso. Il disattendere in modo tanto evidente le finalità precipue del messaggio comunicativo comporta una distorsione denotativa e connotativa dello stesso, ma soprattutto una recrudescenza di codifiche e decodifiche aberranti: una distorsione non del messaggio in quanto tale ma della realtà raccontata. Infatti vi è una perfetta corrispondenza fra le intenzioni comunicative dell’emittente e ciò che comprende il destinatario, ma una parziale o totale distorsione del contenuto di quello che viene raccontato e quindi interpretato conducendo quindi ad una proporzionale mistificazione semantica del fatto.

Ogni grande potere comporta grandi responsabilità e quello mediatico soprattutto se elargito dall’alto, secondo dinamiche top/down, viene accolto dalle audience in modo fideistico e acritico.

Qualsiasi inferenza o generalizzazione in questo senso risulta fuorviante e inattendibile, tuttavia per aver meglio chiaro il quadro appena descritto occorre considerare 2 aspetti:

A dispetto di audience alfabetizzate al linguaggio e ai codici mediatici e quindi in possesso di strumenti di decodifica più o meno efficaci, ve ne sono altre che per contingenze culturali non posseggono tali strumenti e che quindi sono maggiormente influenzabili da ogni tipo di messaggio, non essendo in grado di valutarlo criticamente;

Anche le audience alfabetizzate se sottoposte ad un tipo di comunicazione che cela alcuni aspetti denotativo-connotativi del messaggio per evidenziarne altri, saranno evidentemente influenzate a privilegiare questi ultimi nella comprensione del messaggio costruendo una valutazione del suo contenuto se non faziosa quantomeno parziale.

Ora lo scenario sta inevitabilmente cambiando, a causa di contingenze storico-culturali e di una maggiore consapevolezza del pubblico come attore attivo nel processo comunicativo, tuttavia la comunicazione continua a rappresentare un potere che ancora oggi, a volte, se strumentalizzato, riesce a creare una realtà alternativa, quasi mai migliore ma sempre fittizia.

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