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Gino Girolimoni: L’innocente che divenne il “Mostro di Roma”

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Uno dei casi più rappresentativi che ha visto una gestione deontologicamente esecrabile dello strumento giornalistico, è la vicenda che riguardò Gino Girolimoni, caratterizzata da un racconto che ha abbandonato finalità e intendimenti informativi per lasciare il posto ad una campagna violentemente denigratoria fatta di opportunismi, faziosità, strumentalizzazioni e forzature funzionali al mantenimento del prestigio e dell’autorevolezza del potere costituito del tempo. Un esempio emblematico di come il giornalismo non dovrebbe essere e di come, purtroppo, tante altre volte è stato, un giornalismo che costruì ad arte e strumentalizzò contingenze ed eventi per sconvolgere la vita di un innocente e trasformarlo in un mostro sanguinario. Ma veniamo alla vicenda. Nel periodo 1924-28, Roma fu colpita da una serie di rapimenti, stupri ed omicidi di cui furono vittime sette piccole bambine. Emma Giacomini, di quattro anni, fu la prima vittima. Rapita mentre giocava in un giardino pubblico il 31 marzo 1924, fu ritrovata la sera stessa a Monte Mario, con i segni della violenza ma ancora viva. Seguirono altre 5 vittime. Sulla spinta dell’indignazione popolare si impiantò un castello accusatorio contro un uomo del tutto estraneo che, dopo qualche anno, fu riconosciuto innocente. Il vero colpevole un pastore protestante inglese: Ralph Lyonel Brydges, che morì in Africa portando con se la verità. Sulle “precisazioni” inviate ai giornali d’ogni genere, ci sarebbe da scrivere un libro. Soprattutto perché queste “precisazioni” finiscono per apparire quasi sempre in pagine secondarie e con rilevanza tipografica di gran lunga inferiore alla notizia o al servizio che ha scatenato la polemica. Così è, purtroppo, da tempo immemore. Forse dipende dai direttori dei giornali che non vogliono riconoscere un errore, una imprecisione, una congettura sballata apparsa sui fogli che dirigono.  Ma non è sempre così. A volte la microscopica notizia che smentisce quella precedente, appare nuda e cruda, senza una spiegazione, senza un commento, per “ordini superiori”. 

 

 

 

 

Uno degli esempi più clamorosi riguarda alcuni delitti verificatisi a Roma circa ottanta anni prima. Leggiamo sul quotidiano “La Tribuna” del 10 marzo 1928, a pagina 4, tra le notizie di cronaca, una di poche righe che annunciava la deposizione della sentenza, presso la Cancelleria della Corte d’Appello che chiudeva l’istruttoria di “tale Gino Girolimoni, assolto da ogni accusa, su conforme parere del pubblico ministero Marinangeli, per non aver commesso il fatto”. Si metteva in tal modo la parola “fine” ad un capitolo di cronaca nera gravissimo, fra l’indifferenza generale e nel più assoluto disinteresse. Vicenda che aveva tenuto i romani col fiato sospeso per alcuni anni e che aveva scatenato una delle più cieche cacce all’uomo che la storia della cronaca nera ricordi, seguita da un vero e proprio linciaggio morale ai danni di una persona il cui cognome era destinato, negli anni a venire, a suscitare oscure associazioni nella memoria collettiva.  Tutto era cominciato nella Roma degli anni venti, quattro anni prima, per la precisione il 4 giugno 1924. In via del Gonfalone, una traversa di via Giulia, la piccola Bianca Carlieri transita nella strada, accompagnata per mano da un signore vestito di grigio. A qualche amichetta che le chiede dove sta andando, Bianca risponde che sta con suo zio che le comprerà delle caramelle. Le ore passano e della piccola non si hanno più tracce. La mamma si dispera e con lei tutti i familiari impegnati nelle infruttuose ricerche: il corpo della piccola verrà rinvenuto la mattina successiva nei pressi della basilica di San Paolo: è stata violentata e poi strangolata. I giornali si buttano a capofitto nella vicenda, senza risparmiare al lettore particolari orribili sulle sevizie subite da Bianca. L’opinione pubblica inorridisce e, come accade sempre in casi del genere, invoca al più presto l’arresto e la punizione per il colpevole: l’uomo vestito di grigio. E comincia, così, la caccia al “mostro” con sospetti su questo o quel personaggio; qualche psicopatico si autocalunnia (uno di questi, nel confessarsi autore dell’infanticidio, si uccide ingerendo acido muriatico). Le autorità di Polizia, al cui vertice siede il quadrumviro della “marcia su Roma” Emilio De Bono, svolgono “febbrili indagini” ma, come spesso accade, non si giunge a nessun risultato.  Il questore della Capitale offrì il fianco a numerose critiche quando decise di rivolgersi ad un “veggente” che si esibiva in quei giorni al teatro Salone Margherita di via due Macelli.   Passano cinque mesi e Roma è scossa da un’altra terribile notizia: la piccola Rosina Pelli, il 26 novembre del 1924 subisce la stessa sorte della Carlieri. Ha soltanto due anni. Sarebbe stata avvicinata nei pressi del colonnato di San Pietro da un distinto signore vestito di scuro che poi la condurrà, per violentarla e strangolarla, nei pressi del “prataccio della Balduina”. Il corpo martoriato viene ritrovato da un muratore che si stava recando al lavoro. Una strana analogia, rispetto al primo delitto: in entrambe le piccole vittime, il piede destro risultava privo della scarpetta e del calzino. Intanto al ministero dell’Interno si era insediato come capo del dicastero Luigi Federzoni, fascista della prima ora. Le indagini seguitano a non dare esito. Si arriva alla primavera del 1925. Il maniaco omicida continua la sua opera: Elsa Berni, sei anni, recatasi ad attingere acqua ad una fontanella, viene trovata morta e violentata presso la fonte Lancisiana, sul lungotevere Gianicolense. Stavolta il regime fascista preferì mettere la sordina ai giornali che non titolarono a nove colonne come per i precedenti casi: una sorta di silenzio stampa coprì il nuovo orribile episodio15. Ma questo velo di “riservatezza” viene lacerato nel marzo 1927 (sei mesi prima era stato nominato Capo della Polizia Arturo Bocchini), Armanda Leonardi, cinque anni, viene trovata uccisa e violentata. A questo punto fece sentire la sua voce addirittura Mussolini in persona che (come scrissero i giornali dell’epoca) “rabbrividendo nelle più profonde fibre del suo tenerissimo cuore di padre”, decide che, una volta per tutte, una così mostruosa serie di delitti non poteva rimanere impunita. Tra questa dichiarazione e l’arresto del “mostro”, il passo fu breve. Il 10 maggio 1927 i giornali uscirono con titoli a tutta pagina: “Gino Girolimoni l’osceno martoriatore di bambine è stato arrestato”. E ancora: “Il cuore generoso del popolo esulta per l’arresto del turpe assassino”. Ma chi era mai quest’uomo nel quale i cronisti si affrettarono a riconoscere lombrosianamente i “tratti del tipico degenerato”, “con gli occhi stranissimi, dal taglio quasi mongoloide, lo sguardo obliquo, falso, sfuggente” e come si era arrivati al suo arresto? Alto, capelli castani, leggermente stempiato, di aspetto distinto, Gino Girolimoni, classe 1889, si guadagnava da vivere facendo il mediatore di cause, cioè procurando un avvocato agli operai che erano vittime di infortuni sul lavoro. Dopo una infanzia difficile, segnata dal marchio del “figlio della colpa” (come si usava dire allora) e dopo aver svolto i più disparati mestieri, aveva raggiunto, grazie a questo suo ultimo lavoro, una discreta agiatezza che gli permetteva di ostentare una certa eleganza (nella sua casa gli furono trovati ben dodici vestiti). Disponeva anche di una automobile a due posti, una Peugeot verde targata 55-21033, cosa, per quegli anni, insolita16. A Girolimoni toccò la sfortuna di suscitare l’attenzione di un ufficiale della Polizia, tale Giampaoli, “segugio dal fine odorato” secondo la definizione che ne diedero i giornali. Girolimoni non solo fu visto aggirarsi spesso nella zona in cui vivevano le bambine rapite, ma fu notato parlottare insistentemente, accanto alla sua vettura verde, con Olga Nardicchioni, una ragazzetta dodicenne a servizio presso la famiglia di un ingegnere. Alcuni agenti di Pubblica Sicurezza che facevano servizio in zona, vedendo questa scena, ebbero la certezza di... assistere ad un tentativo di rapimento. Il resto lo fecero i testimoni, primo fra tutti un oste, tale Massacesi, che non esitò a puntare il dito accusatore contro il malcapitato Girolimoni. Fu soprattutto questa testimonianza (oltre alle discutibili affermazioni di bambini suggestionabili) a trasformare l’innocuo mediatore nel sanguinario e crudele “mostro di Roma”. Il castello di prove cominciò a scricchiolare palesando la sua ineluttabile falsità quando un operaio friulano, Domenico Maritutti, si riconobbe con assoluta sicurezza nell’uomo che si era recato in compagnia di una bambina, sua figlia, nell’osteria di Massacesi la sera dell’assassinio della piccola Leonardi. Maritutti in un primo momento non fu considerato attendibile; dal canto suo l’oste si rifiutò ostentatamente di ritrattare, ancorché messo a confronto con Maritutti. Girolimoni in carcere continuava a negare, con ributtante ostinazione come scrissero i giornali emettendo in questo modo un indiretto giudizio di colpevolezza attraverso abili strumentalizzazioni semantiche. Grazie a quell’arresto Roma poteva finalmente dormire sonni tranquilli dal momento che “la malabestia non si aggirava sotto le ombre del bosco”. L’impegno del regime fascista e della Polizia era stato premiato salvando in questo modo il consenso popolare e l’immagine protettiva e marmorea nella difesa della sicurezza pubblica tanto faticosamente costruita. In realtà le “indagini” su Gino Girolimoni si rivelarono talmente falsate che, appunto come dicevamo all’inizio, il “mostro” dovette essere scarcerato. Anche perché, tra le altre falle dell’indagine, nessuno aveva notato che il giorno dell’uccisione di Armanda Leonardi, Girolimoni non si trovava a Roma.  Rimaneva l’interrogativo sulla vera identità dell’omicida. Si impegnò in questa ricerca l’allora commissario di Pubblica Sicurezza Giuseppe Dosi che, una volta dimostrata la totale innocenza di Girolimoni, si intestardì tanto nelle indagini, da scoprire il vero autore degli orrendi delitti. Si trattava di un inglese, pastore protestante che officiava una chiesa anglicana a Roma, in via Romagna, oggi scomparsa. Il suo nome era Ralph Lyonel Bridges. Suo era il fazzoletto con ricamate le iniziali R. L. ritrovato accanto al cadavere di Rosa Pelli. Sue erano le pagine bruciacchiate di un breviario in lingua inglese, rinvenute vicino al corpo della Leonardi; parte di un catalogo di libri ascetici le cui pagine furono repertate sul luogo dove fu straziata Bianca Carlieri. Il dossier di Dosi fu presentato alle autorità di Polizia ma non vi fu dato alcun seguito a parte il fatto che il Bridges fu estradato in silenzio nella sua patria. Mussolini era impegnato, in quegli anni, a flirtare con l’Inghilterra e sembra non vedesse di buon occhio un “fattaccio” nel quale era implicato un figlio di Albione. Dosi vide il suo zelo premiato con l’ostracismo da parte dei vertici del Viminale e poi con l’internamento in un manicomio. E Girolimoni che fine fece? Visse alla meno peggio, svolgendo lavori saltuari. Fino all’ultimo, al solo sentire il suo cognome, la gente aveva un moto di ribrezzo. Ancora oggi per indicare qualcuno che manifesta preferenze sessuali per ragazzine, si usa dire che è “un Girolimoni”. Lui, l’innocente, morì a Roma negli anni Sessanta. Al suo funerale non più di tre o quattro amici. Nessun parente, neanche alla lontana. Seguiva però il feretro l’ex funzionario di Pubblica Sicurezza Giuseppe Dosi, che non credette mai alla sua colpevolezza. Il “sor Gino” era vissuto per anni in una camera d’affitto a lungotevere degli Artigiani, nel popolare rione di Testaccio. Fu sepolto al Verano nella tomba di un conoscente ma dopo qualche anno i suoi resti furono esumati e collocati in una sepoltura a terra, oggi dismessa. Le sue ossa furono depositate nell’ossario comune. Quello di Girolimoni rappresenta ancora oggi ciò che il giornalismo non dovrebbe mai essere: un attacco gratuito, fazioso, pianificato per sacrificare la vita di un uomo sull’altare della ragion di Stato, celando le inequivocabili debolezze delle istituzioni davanti al suo popolo, per conservarne il consenso, poco importa se per raggiungere tale scopo le prime pagine dei giornali abbiano condannato senza appello un innocente.

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